sabato 14 maggio 2016

I CUMBATTENTI - Giuseppe Salpietro

I CUMBATTENTI
Giuseppe Salpietro

Proprio nelle piazze di tutti i Paesi dei Nebrodi, nel cuore del loro micro centro culturale ed economico, erano ubicati i tanti luoghi che aggregavano tutti coloro che, a vario titolo, avevano partecipato ai conflitti bellici, i Circoli dei Combattenti e reduci.
Il forestiero arrivando ad Ucria percorrendo la Strada statale Capo d’Orlando/Randazzo in uno dei due sensi di marcia s’imbatteva giocoforza in un numero interminabile di seggi e siggitti, rigorosamente in legno e la seduta in corda di zammara, allineate ai margini dello stradone.
Come tanti soldatini alla parata militare, le sedie, per lo più con la seduta dilatata e sprofondata dall’uso costante al punto da assumere le sembianze di una culla, erano infatti affiancate l’una all’altra con la spalliera a ridosso del muro in prossimità del Circolo, così da consentire ai loro abituali occupanti una visione completa a 180 gradi, fino alla macelleria del Caliaro, della Piazza Padre Bernardino, munita di una chiara insegna che ne indicava l’altezza di 705 metri s.l.m..
Nulla sfuggiva, se non a causa di probabili mature cataratte da operare, alla vista delle attempate vedette.
Nessun forestiero poteva avventurarsi per il paese senza essere stato preventivamente intercettato.
Quanti fossero i combattenti (ex) non lo saprei dire, ma ritengo che i dati statistici sulla popolazione possano farne intuire il numero. La popolazione di Ucria secondo il censimento che seguì nel 1921 al primo conflitto bellico contava 4.429 persone ed anche quello immediatamente a ridosso del secondo conflitto, nel 1951, ne contava ben 3.799, e poi ancora 3.216 abitanti nel 1961. Ora, se consideriamo la quota attribuibile alla popolazione di sesso femminile ed escludiamo dall’approssimativo calcolo i ragazzi non in età e gli inabili, non meno di mille persone erano ex combattenti nel ’21 e 600/700 nei primi anni sessanta.
Un piccolo esercito. Una forza sociale nostalgica e coesa.
Di certo ne ricordo proprio tanti nel periodo settembrino, rigorosamente in divisa, intrattenersi nella Piazza nelle ore favorevoli della giornata, cercando di rubare al giorno, l’ultimo raggio di luce.
Nessuno però pensi alla divisa color grigio militare. Gli abiti d’ordinanza erano perlopiù di colore nero realizzati con velluto a coste larghe, ormai a tratti logoro, e ricomprendevano oltre a coppola, gilet e giacca, causi smisurati al punto da poterci ficcare dentro due smilzi ex combattenti.
Pullulava la chiazza nelle ore dell’ozio di questi anziani ormai ricurvi e bastone-muniti, che ahimè, un giorno si e l’autru puru, erano costretti a lasciare le loro postazioni fisse, quando le campane della matrice tristemente suonavano a morto per l’imminente accompagnamento di un paesano. Ed allora, come una colonia di api, si muovevano ordinati per l’estremo saluto indugiando sconfitti dall’affanno e dagli acciacchi, solo la dove la via Cecata, al tempo unica via d’accesso al cimitero, diventava più irta per superare il notevole dislivello di quote.
Meglio non azzardarsi per il reale rischio di ripercorrere ed in posizione orizzontale la stessa strada, il giorno dopo, con gli amici al seguito.
Oggi che la categoria è quasi estinta, chi potrà narrare le vicende umane che emergevano dai loro infiniti ed interminabili racconti di vita, capaci di piallare in un sol colpo i loro volti ormai scavati e ruvidi.
Quanti di questi erano stati in Russia;  quanti e chi di questi aveva partecipato alla guerra d’Eritrea conclusasi con la proclamazione dell’Impero nel maggio del ’36; quanti e chi aveva partecipato all’intervento nella guerra civile spagnola a favore di Francisco Franco; quanti avevano partecipato all’annessione dell’Albania dell’aprile del ‘39, quanti erano rimasti imboscati al Distretto militare di Messina o negli orti agricoli militari ubicati nell’area dell’attuale Villa Dante di Messina, o ancora erano rimasti reclusi nei numerosi campi di prigionia disseminati nei Paesi considerati nemici.
La vita successiva aveva lenito le sofferenze patite, restituendo gioie, affetti e duro travagghio, al punto da colorare con tenui colori pastello anche i momenti più bui della lontananza dal giaciglio domestico (a dire il vero un tempo alquanto rustico).
Ricordo appresso, i presidenti dell’Associazione Combattenti e Reduci che si sono succeduti dal 1920 in avanti, carica ricoperta sempre con fiero orgoglio, così come consegnati alla futura memoria in una lapide posta sulla facciata esterna della sede di Ucria il 4 novembre dell’anno 2002: 
l’Uff. Cav. Giuseppe Drago, l’Uff. Prof. Pietro Miraglia, l’Uff. Dott. Sebastiano Galvagno, l’Uff. Avv. Pietro Galvagno, l’Uff. Ins. Vittorio Franchina, il Sig. Sebastiano Sgroi, l’Uff. Ing. Sebastiano Baratta, l’Uff. Ins. Carmelo Allia, l’Ins. Francesco Pinzone, il Sottuff. Giuseppe Miraglia, e poi più recentemente, il Cav. Sebastiano Calogero Gullotti (detto nascaredda), u ziu Pippino Ferro, il sig. Tindaro Murabito, il Sig. Biagio Gurgone.
Come per la poesia La livella scritta da Antonio De Curtis, in arte Totò, ormai dopo il trapasso tutti uguali sono. Tutti fieri ex combattenti della Patria.





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