domenica 15 gennaio 2017

IMMERSIONI CON EMMA - Vincent Scalisi

IMMERSIONI CON EMMA
Vincent Scalisi
Boston, Massachusetts, è un posto affascinante sotto diversi punti di vista. Decine di migliaia di anni fa, un ghiacciaio ricopriva la maggior parte del nord. Il lento spostamento del ghiacciaio verso sud, lasciò la maggior parte del territorio completamente spoglio. Quando il ghiacciaio si fermò, lasciò dietro di se larghi depositi di sabbia, col tempo il ghiaccio si ritirò verso nord e Boston sorge ora nel punto in cui il ghiaccio si fermò.
            A nord di Boston, affioramenti collinari di granito, sono presenti ovunque mentre a sud, grandi distese pianeggianti di sabbia, governano il paesaggio. Dove il mare incontra la terra, ci sono spiagge di sabbia pura, circondate da massi giganti e scogliere scolpite dall’incessante martellamento del mare.
            Un giorno di luglio 2016, mia figlia Emma mi chiese se volevo accompagnarla ad una immersione subacquea.  C’era qualcosa che voleva mostrarmi, appena a nord di Boston. Avevo atteso questo momento e sapevo che sarebbe arrivato. Emma aveva 21 anni e cominciava il suo ultimo anno all’università, ha trascorso l’estate come tirocinante in una scuola sub ed ha preso lezioni di immersione come parte del compenso. L’obiettivo di Emma era quello di diventare un sub professionista e dopo la laurea, voleva approfondire i suoi studi sull’oceano e quindi aveva bisogno di quel brevetto.
            Io ero nervoso, in passato ho trascorso molte ore e anche molti giorni sott’acqua. La mia carriera lavorativa come subacqueo commerciale di profondità, mi ha portato a costruire ponti e moli e come hobby ho raccolto tutti i tipi di creature marine da tenere e vendere. Il mare è stato parte della mia vita per molti anni, non ero nervoso per l’immersione, ero nervoso per mia figlia Emma.
            Per me personalmente, questo che doveva essere un test per Emma, si è trasformato in un duplice test. Una parte doveva essere quella di verificare le sue capacità di guidare una immersione, sarei stato a disagio nel permetterle di affacciarsi al mondo come guida di immersioni, se non avessi creduto in lei. Questo è un lavoro serio e quando qualcosa va storto le persone potrebbero morire. Non c’è spazio per gli errori; sott’acqua non si finge! Se avessi percepito che Emma non avrebbe potuto guidare una tale spedizione, avrei dovuto affrontare una spiacevole conversazione riguardo il suo futuro.
            La seconda parte del test mi ha colto di sorpresa, non era previsto per questa uscita, ma il risultato della nostra immersione era di trovare per mia figlia un posto nella famiglia. Questa estate Emma ha superato tutte le mie aspettative e non solo perché ha conseguito la laurea.

L’immersione
            L’immersione si è svolta in una calda giornata di luglio. La notte prima Emma è tornata a casa con la macchina carica dell’attrezzatura da immersione, ha affittato le mute, bombole, regolatori e….tutta l’attrezzatura necessaria per portare il padre all’ immersione. Il suo sorriso era così grande che di più non poteva. Abbiamo preparato le nostre attrezzature, seduti nel vialetto, controllando al pressione dell’aria, assicurandoci del funzionamento dei regolatori, imballando e re-imballando i borsoni. Abbiamo mangiato un pasto sano e bevuto molta acqua perché  l’aria delle bombole è molto secca e causa disidratazione.
            Il giorno seguente ci siamo alzati all’alba, la marea sarebbe stata alta intorno le 9 e noi volevamo entrare in acqua al suo picco maggiore. Dopo una leggera colazione Emma mi ha portato a nord, verso un posto dove non ero mai stato, era un posto nascosto lungo una strada sterrata e tra alcune case. Sulla riva di una baia c’era la baracca di un vecchio pescatore, barche da pesca erano alla fonda in un luogo piccolo ma sicuro, non c'era sabbia.
            Eravamo circondati dalle prove del ghiacciaio, abbiamo camminato sulle ossa della terra, grandi masse sporgenti di granito grigio davano alla baia del pescatore la forma di ciotola e fuori dalla baia una grande scogliera declinava dolcemente verso l’acqua luminosa e fredda. Saremmo  entrati dove una volta c’era il ghiacciaio.
            Abbiamo portato l’equipaggiamento su per la collina e giù per il pendio fino alla riva. Il mare era calmo, una leggera brezza da nord faceva puntare le barche in quella direzione. Abbiamo studiato l’acqua, Emma ha puntato alcune alghe, che ci hanno indicato un lento movimento della  corrente che correva parallela alla riva nella stessa direzione in cui soffiava il vento.
            Abbiamo ragionato sull’immersione, ”Prendi la bussola” disse Emma. Eravamo entrambi sulla riva abbiamo fissato la bussola, lei ha ruotato la ghiera della bussola e mi ha dato le istruzioni: “Tara la bussola a 20 gradi, nuotiamo in superficie puntando a 20 gradi, quasi a nord fino alla prima boa della trappola per aragoste. Li scenderemo a 12 metri, quando toccheremo il fondo, continueremo a nuotare puntando i 20 gradi fin ad arrivare ad una ripida depressione, da li andremo oltre il bordo e scenderemo ancora fino a circa 18 metri. Controlleremo l’aria, gireremo a destra e seguiremo la parete est quasi esattamente a 90 gradi sulle nostre bussole. Quando l’aria arriverà a 1200 psi ritorneremo puntando a 220 gradi”
            Emma mi chiese ”Hai capito? Riesci a ricordare quei numeri?” Io rimasi immobile li in silenzio con un sorriso da Monna Lisa e mi limitai ad annuire. Non penso di poter essere più contento di come lo ero in quel momento – Aveva superato il test.
            Emma mi ammonì per il fatto che avendo un passato nelle costruzioni, tendevo a stracciare il fondale, rivoltare le rocce e sbattere intorno proprio come un bruto. Emma è un’ambientalista che tiene in considerazione ogni piccola e semplice creatura sulla terra e anche se non c’è nessuna ragione per disturbarle, lei dice di non disturbarle. Era anche molto severa con me riguardo al girovagare e voleva assicurarsi che facessi attenzione al fatto che eravamo una squadra. La verità è, che io tendo a girovagare!
            Ci siamo vestiti mettendoci più tempo del dovuto. Ho controllato la sua attrezzatura e lei la mia, penso che cercavamo di superarci a vicenda e non volevo assolutamente fallire.
Siamo scivolati in acqua, non con la grazia delle foche che abitano queste acque, ma eravamo sul dorso, scalciando con colpi lunghi e forti e ci siamo diretti leggermente di bolina. Emma mi teneva davanti in modo da potermi vedere e ogni tanto mi avrebbe urlato di correggere la rotta e abbastanza presto ci fissammo l’un l’altro, eravamo 100 metri al largo e in 12 metri di acqua, cosi ci siamo immersi sotto la superficie.
            Mi piace nuotare prima a testa in giù; in quei giorni c’era una visibilità di soli 5 metri nelle acque torbide del New England, una foschia grigia-blu è tutto quello che vedi quando inizia la discesa e poi sagome scure cominciano a formarsi quando il fondo diventa visibile. Aumentando la profondità, hai bisogno di far schioccare le orecchie per compensare la pressione, proprio come in aereo, ma al contrario.
            Poi, in un lampo, ci ritrovammo a quattro zampe in un letto di alghe marroni e verdi che ricopriva rocce di varie dimensioni. Prima che me ne accorgessi, Emma mi batteva sulla spalla perché facessi attenzione. Quando sei sott’acqua, la comunicazione con il tuo compagno di immersione avviene con segnali delle mani universalmente usati in tutto il mondo. Lei mi chiese se andava tutto bene facendo il segno di OK verso di me ed io risposi nello stesso modo verso di lei.            Poi si e toccata in polso con due dita dell’altra mano, volutamente mi chiedeva della pressione dell’aria, ho tirato fuori il misuratore ed entrambi abbiamo esaminato il mio e poi il suo, avevamo abbastanza aria per cominciare il nostro viaggio e così ci siamo mossi lentamente 20 gradi a nord
            Lungo la strada abbiamo raccolto qualche grossa vongola nera che sapevamo essere deliziose. Presto siamo arrivati al punto prefissato ed Emma mi ha fatto cenno di andare avanti per primo verso la discesa, è divertente nuotare verso il basso di 20 metri dall’orlo della scogliera, mi sembrava di volare. Quando abbiamo toccato il fondo abbiamo seguito la parete est proprio come avevamo programmato. Io avevo portato un corta fiocina per catturare i pesci ed entrambi avevamo portato un sacco in rete per trasportare il nostro pasto a casa. Presto o notato una platessa e l’ho infilzata e poi un'altra, avremmo avuto pesce e vongole a cena domani.
            Speravamo in qualcosa in più, visto che queste acque sono abitate da un famoso crostaceo “l’Aragosta del Maine”, che sono una delicatezza. Se doveste mai venire nel New England, dovete assaggiare l’aragosta, è una famosa tradizione. Stavamo vedendo le aragoste ma erano troppo grosse o troppo piccole e dovevamo tornare, così ne presi una grande abbastanza. Abbiamo nuotato e strisciato sul fondo quando improvvisamente sono stato toccato insistentemente sulla spalla, era Emma, e si stava toccando il polso perché verificassi l’aria. Mi stavo domandando quando me lo avrebbe chiesto, ed ero abbastanza sicuro di avere 1200 psi di aria rimanente. Mi guardò intenzionalmente negli occhi e girò la mano sulla testa per segnalarmi che dovevamo tornare a riva. Guardò la bussola, posizionò la ghiera, io feci lo stesso trovando la direzione a 220 gradi sud-ovest. Eravamo a 20 metri sul fondo della scogliera, mi fissò ancora una volta cercando i miei occhi, ”seguimi” mi disse con il braccio e la mano, come a puntare la direzione e fece strada verso casa. Ho fatto quello che mi era stato detto, nuotammo fianco a fianco, vicini, urtandoci, indicando interessanti spugne e alghe e vermi e pesci e lumache e…….tra due massi della dimensione di un bambino, vedemmo le chele di una grande aragosta. La raggiunsi ma era troppo tardi, l’aragosta si ritrasse nella sua grotta, restammo fianco a fianco, fissando le punte delle chele. Andai dietro il masso e misi la mano sotto, ma era troppo lontano per raggiungerla, cosi conficcai la mia fiocina nel buco e la ondeggiai avanti e indietro, speravo di stuzzicare l’aragosta e spaventarla per farla uscire dal buco. Non sapevo se stava funzionando, quando alzai lo sguardo e vidi mia figlia mettere le mani e afferrarla con una chela per ogni mano. L’aragosta diede dei colpi di coda cercando di scappare, ma Emma ha resistito alle sue scosse io mi affrettai a prendere la borsa di rete e lei la mise dentro, mentre l’aragosta continuava a combattere. Ci sedemmo li sul fondo, con l’affanno, sorridendo e cercando di non ridere troppo. Avevamo ormai abbastanza prede da portare a casa alla mamma. Abbiamo controllato l’aria nuotato verso casa, stando sul fondo fino a che potevamo alzarci e vedere la riva. Siamo emersi 10 metri dal punto di partenza, ed io sono rimasto sorpreso ed impressionato dalle capacita di navigazione di Emma. Siamo usciti e ci siamo tolti l’attrezzatura e le mute aiutandoci l’un l’altro quando necessario. Ci abbiamo messo molto tempo a mettere via l’attrezzatura, più del necessario, perché io volevo che il tempo si fermasse. Siamo andati via in macchina e ci siamo fermati in un ristorante vicino al mare.      Abbiamo parlato dell’immersione, delle prossime immersioni e del futuro. E’ stato in quel momento che ho realizzato che il secondo test aveva avuto luogo. Ho visto il mio sostituto, cosi come io avevo assunto le funzioni nella famiglia da mio padre. Ho visto in mia figlia le caratteristiche necessarie alle funzioni di guida, non solo nelle immersioni ma anche nella famiglia. Sapevo che un giorno, non oggi, ma un giorno, avrebbe preso le redini della guida da me e preso cura della famiglia. Aveva superato le prove.













LA NEVE SUI NEBRODI - CROCE E DELIZIA - Domenico Orifici

LA NEVE SUI NEBRODI - CROCE E DELIZIA
Domenico Orifici
            Già nei giorni prima che arrivasse la neve, regalo eccezionale della Befana 2017, c’era tanta attesa dei bianchi fiocchi; tutti a scrutare nei telefonini le previsioni; mai i media erano stati tanto all’attenzione come  nei giorni che precedette la nevicata.
            La sera prima tutti pronti a cogliere i primi fiocchi, ma niente di tutto questo, nonostante la temperatura si fosse abbassata fino allo zero.
            Si andò a letto delusi. Qualche tuono di tanto in tanto induceva chi ancora era sveglio a correre al balcone per sincerarsi, ma provava l’ennesima delusione.
            Il risveglio fu salutato dal manto bianco, mentre fiocchi, come leggere piume spinte dal vento, volteggiavano lentamente e si posavano sulla fredda terra, colorando di bianco i campi,  le strade, i rossi tetti … Il tutto contrastava con i muri delle case e il paese appariva come il mondo delle fate.
            La colonnina di mercurio toccava lo zero già nei centri della costa per abbassarsi gradatamente man mano che si saliva verso le cime dei Nebrodi  fino a raggiungere  i meno  otto gradi e oltre a Floresta a 1300 m sul livello del mare.
            Già alle prime luci dell’alba il Web si riempiva di foto: alberi coperti di bianca neve, paesi innevati, strade sommerse,  gente intenta a spalare, ragazzi incappucciati a giocare e a fare pupazzi, persone uscite dalle case per godersi lo spettacolo di tanto candore che presentava il mondo in modo diverso del quotidiano, ma noto nel ricordo delle nevicate passate, anche se nulla si ripete allo stesso modo.
            Ma accanto a questa realtà, ogni volta che nevica, se ne determina un’altra, del tutto diversa, da cui emerge il problema di miriadi di strade e stradine, scalinate, viuzze in pendenza, strade principali e secondarie intransitabili; vecchietti soli, spesso costretti a vivere in tuguri con riscaldamenti insufficienti o, addirittura, inesistenti a cui si aggiungono gli ammalati e i possibili casi di malore. C’è, inoltre, chi è costretto a transitare strade impossibili per motivi inderogabili.
            A queste situazioni spesso non ci pensa chi di dovere costringendo i sindaci, responsabili della protezione civile, a fare salti mortali per ovviare nel migliore dei modi gli inconvenienti in cui si sono venuti a trovare.
             Lungo la 116, ad ogni evenienza, entrano in azione gli spazzaneve dell’ANAS ma lasciano uno strato di nevischio che ghiacciando si rende scivoloso per cui molto pericoloso sia per le auto in transito che per i pedoni. Sarebbe necessario ovviare con i mezzi a disposizione: sale o atro che  impedirebbe la formazione del ghiaccio.  In località Mitta, a ridosso di Floresta, si formano continuamente tormente di neve che ostacolano, nell’importante arteria che collega la costa tirrenica a quella ionica, il transito agli autoveicoli mettendo in serio pericolo la vita dei viaggiatori, com’è capitato puntualmente anche quest’anno.
            Il sindaco di Floresta, Sebastiano Marzullo, da anni, in tal senso, denuncia l’inadeguatezza dei mezzi dell’ANAS, ma molte le promesse e pochi i fatti e la situazione non cambia. Il merito va a lui e non è successo niente Ma per fare qualcosa si aspetta il morto?
Floresta, il più alto comune dei Nebrodi, è stato il più colpito con oltre un metro e mezzo di neve.
            La maggior parte dei cittadini è rimasta bloccata in casa. Solo la tempestività con cui ha operato il sindaco Marzullo con i suoi collaboratori e anche con i propri mezzi personali oltre quelli del comune, ha potuto ridare la serenità ai cittadini di Floresta.
            Negli altri paesi molte strade sono rimaste inaccessibili. In Alcuni casi sono state le vecchiette ad aprisi il varco spingendo la neve con la scopa come ha raccontato un signore di Ucria. Quest’ultino la voleva aiutare ma lei decisamente ha voluto fare da sé. Resta il nobile gesto della solidarietà umana.
            A Castell’Umberto una squadra di protezione civile è rimasta sempre pronta ad intervenire con i mezzi speciali a disposizione: è stata continuamene in contatto con chi ha chiesto aiuti, tramite numeri telefonici diffusi dai comunicati del Sindaco Lionetto che in prima persona con i suoi collaboratori ha seguito l’evolversi delle due giornate.
             Meno felice la situazione a Raccuia, dove 60 centimetri di neve hanno reso più duro l’evento: si è lamentato il disagio della luce elettrica che mancava e ritornava facendo mal funzionare i riscaldamenti e la mancanza di acqua essendo gelati i tubi. Una ragazza scrive che stavano meglio, secoli fa, i monaci che avevano il focolare e non avevano bisogno di corrente elettrica.
            A Sinagra, come a Raccuia, non sono passati gli spazzaneve. A Sinagra, però, ci hanno pensato i 4x4 che sin dalle prime luci dell’alba si sono messi a transitare riducendo in un innocuo nevischio la massa di neve che si era abbattuta sull’asfalto. Un comunicato dell’amministrazione comunale aveva informato di chiamare il numero del comune in caso di necessità. Il corpo della protezione civile, diretto dal vigile, Michele Araso, col mezzo pubblico, è stato sempre all’erta, ma non ci sono stati casi di grave disagio
            La notizia più bella l’ho letto su Whatsapp in cui una ragazza di Ficarra scriveva che al suo paese non c’erano problemi in quanto un attivissimo vice sindaco provvedeva di persona a liberare i passi intasati prima che arrivassero gli impiegati comunali.
            E’ bello leggere di un amministratore attivo e altruista che per primo dà l’esempio nel comportarsi come ci dovremmo comportare tutti.

            Da un sommario bilancio possiamo dire che la nevicata della Befana, per quanto non abbia lasciato danni seri, ha fatto intravedere falle che potevano lasciare il segno: il problema della località Mitta, strade, stradine, scalinate lasciate per lungo tempo non accessibili.     L’esperienza suggerisce che sono necessari piani e attrezzature idonei ad affrontare con determinazione la situazione ch si viene a creare con le nevicate più o meno pesanti che possano capitare per prevenire disagi e conseguenze: “prevenire è sempre meglio che piangere sul latte versato”. Mai farsi trovare impreparati.









ARRIVAU LA NIVI DI DOMENICO ORIFICI

ARRIVAU LA NIVI
DI DOMENICO ORIFICI










Attornu a mia,‘sta matina ,
È Tuttu iancu di li munti a la pinnina
Iancu  comu lu vistitu di la sposa,
comu  li petali di ‘na rosa.

Adagiu scenninu li fiocchi di lu celu
Comu si niscissiru di ‘nu velu
A forma di  pinnitti di iaddina
‘Spinciuti di lu ventu dâ marina.

Vardu di lu vitru di lu me barcuni
li fiocchi passari a miliuni
vulteggianu nta lu firmamentu
spinciuti di la forza di lu ventu.

È silenziu funnu attornu a mia
E tuttu s’ acculura a fantasia.
Sutta ‘nu barcuni arritirati
Ci su’ tanti acidduzzi ‘ncucciulati.

‘Na munachedda chiù affamata
cerca manciari‘nta la strata:
Svulazzìa comu ‘na dannata
E â fini si ritira scunsulata.

Piaci tantu ‘na jurnata ‘i nivi
Pi cu’ l’aspetta e si la vivi
Facennu pupazzeddi strata strata
E puru cu l’amici ‘n’ allegra palliata.

Ma di l’autra menza di la strata
C’è ‘na vicchitta abbannunata,
la strata unni caminari
Cu tanti piriculi di scansari.

E’ ARRIVATA LA NEVE


Attorno a me, questa  mattina,
è tutto bianco, dai monti al mare,
bianco come il vestito della sposa,
come i petali di una rosa.

Adagio scendono i fiocchi dal cielo
Come se si staccassero da un velo,
a forma di piume di gallina
spinte dal vento della marina.

Guardo dai vetei dl mio balcone
I fiocchi passare a milioni
Volteggiano nel firmamento
Spinti dalla forza del vento.

E’ silenzio profondo attorno a me
E tutto si coloro a fantasia.
Sotto il balcone ritirati
Ci sono tanti uccelli accovacciati.

Una cpinera più affamata
Cerca cibo nella strada.
Svolazza come una dannata
E alla fine si ritira sconsolata.

Piace tanto una giornata di neve
Per chi l’aspetta e se la gode
Facendo pupazzi lungo le strade
E pure con gli amici lanci di neve

Ma dall’altra parte della strada
C’è una vecchietta abbandonata,
Una strada dove camminare
con tanti pericoli da scansare.


QUANDO I TESORI HANNO UNA VOCE. L’ORGANO DELLA CHIESA MATRICE DI SAN PIETRO, UCRIA. - Eliade Maria Grasso

QUANDO I TESORI HANNO UNA VOCE.
L’ORGANO DELLA CHIESA MATRICE DI SAN PIETRO, UCRIA.
Eliade Maria Grasso
            Tra i tanti tesori culturali e ambientali che si possono ammirare nei comuni del comprensorio dei Nebrodi, ve ne sono alcuni che hanno un valore aggiunto, hanno una voce. Mi riferisco ai tesori d’arte organaria che si trovano principalmente nelle chiese matrici di molti dei paesi nebroidei. Uno dei più recenti come data di costruzione (1912) e restaurato a cura della Sovrintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Messina nel 2010 si trova nella chiesa Matrice di San Pietro, ad Ucria.
            Si tratta di un organo a canne realizzato dai maestri organari Michele e Agostino Polizzi di Modica Alta, come attesta la targhetta in porcellana posta sopra la tastiera.
            I tasti sono 56, i diatonici in osso e in ebano i cromatici; 27 pedali; 9 registri; un mantice a lanterna. I fratelli Michele e Agostino Polizzi, appresero l’arte organaria a Caltanissetta nella bottega del padre Damiano Polizzi costruttore di comprovata fama e di grande ingegno, quando nel 1900, i due fratelli si trasferirono a Modica e proseguirono in proprio la tradizione organaria di cui erano i depositari.

            Proseguirò nei successivi numeri de “La Cruna” ad illustrarvi brevemente altri di questi meravigliosi strumenti che contribuiscono a rendere preziose e suggestive le chiese del nostro territorio. 


DELL’INSEGNAMENTO DELL’EDUCAZIONE CIVICA NELLE SCUOLE - Giovanni Rigoli

DELL’INSEGNAMENTO DELL’EDUCAZIONE CIVICA NELLE SCUOLE   
Giovanni Rigoli  
                                                                                                                           

Desidero sottoporre all’attenzione dei  lettori del  “ La Cruna dell’Ago” una questione che mi sta molto a cuore: l’insegnamento dell’Educazione Civica nelle scuole. Spero di sbagliarmi, ma credo che non esista una cattedra relativa unicamente all’insegnamento dell’Educazione Civica e del Diritto Pubblico e Amministrativo. Negli  Istituti Tecnico Commerciali si  insegna il Diritto, ma non ha nulla a che vedere con l’insegnamento dell’Educazione Civica; nei  Licei e nelle altre scuole secondarie non si insegna Educazione Civica, fatto salvo qualche sporadico caso dovuto alla buona volontà di docenti particolarmente sensibili, generalmente sono professori di Storia e/o Filosofia che dedicano all’Educazione Civica qualche ora del loro insegnamento, mentre studiare e capire il complesso funzionamento dell’Amministrazione Pubblica con i suoi giochi di pesi e contrappesi  è tutt’altra questione. Pur riconoscendo quanto sia lodevole l’impegno di quei professori  illuminati che per conto loro prendono l’iniziativa di sviluppare nei loro programmi scolastici argomenti relativi all’Educazione Civica, resta comunque  necessario il bisogno di istituzionalizzare tale insegnamento in tutte le scuole e renderlo  obbligatorio a partire dalle prime classi al fine di formare, preparare e fornire gli strumenti allo studente per affrontare la vita in comunità con i propri simili. Si parla molto di democrazia, di migliorare la società, di cambiamento ecc. , ma come si può parlare di democrazia se il popolo non prende coscienza di cosa sia una autentica democrazia, se non sa cosa sia avere una retta concezione della persona umana, se non partecipa a costruire e a mantenere uno stato di diritto? La società può essere migliorata se ognuno ha consapevolezza e volontà forte di agire per il bene comune e solo per il bene comune, quindi lottando prima di tutto con se stessi  per  vincere il proprio egoismo. Solo dopo aver preso  coscienza del passato e del presente si potrà parlare di cambiamento, ponderando  ogni  idea  o  ipotesi di cambiamento  affinché non sia  un salto nel buio, ma  un lento e saggio modo di cambiare, percorrendo segmenti orientati verso la “luce” e non un camminare per vie tortuose, né un camminare all’indietro e incoscientemente ripetere errori che la storia ha già bollato come nefasti.  Sarebbe buona cosa se in  Italia, ognuno singolarmente ed anche in gruppo, specialmente tra le prolifere associazioni culturali, venissero fatte delle riflessioni in proposito, facendo degli incontri per confrontarsi  serenamente , avendo a cuore di fare emergere con chiarezza la propria identità, a tal proposito,  potrebbe  essere  utile  tenere in considerazione le parole di San Giovanni  XXIII : “prendiamo ciò che ci unisce e lasciamo ciò che ci divide”, e aggiungerei  di prendere il meglio di ciò che ci unisce  per migliorare noi stessi. Al contempo iniziamo a lavorare alacremente  per aiutare le nuove generazioni nella loro costruzione identitaria:  i nostri ragazzi debbono sapere da dove provengono, chi sono e conseguentemente capire quale può essere il loro naturale sviluppo umano, sociale e culturale. E’ necessario un serio e forte impegno affinché il nostro grado di civiltà si possa avviare verso una crescita significativa. Solo un intenso lavoro in sinergia può rivitalizzare il futuro dei nostri giovani e cancellare in noi la tristezza e la preoccupazione di non essere all’altezza di consegnare loro in eredità un mondo ricco di valori positivi almeno  tanto quanto  è  stato consegnato a noi.


“NEVE A DICEMBRE” - Carmelina Allia

“NEVE A DICEMBRE”
Carmelina Allia

Era il 20 dicembre del 2011 e, inaspettata, arrivò ad Ucria la neve.
Per me che mi trovavo nel "paese natio" per la "Novena di Natale", fu una grande e gradita sorpresa e ... ritornai "bambina".
E nel cuore mi nacquero queste righe che voglio condividere, ora che, tramite le foto inviatemi da mia nipote, ho visto Ucria imbiancato come non mai.
Con simpatia
Carmelina Allia
   
“Neve a dicembre”
Una bianca coltre di neve
ricopre i tetti delle case
e gli alberi ormai spogli.
Piccoli fiocchi danzano
nell'aria
come farfalle sospinte dal vento,
si rincorrono, disegnano ghirigori,
poi dolcemente si posano:
li accoglie la terra nel suo grembo:
nutriranno i semi
che la tiepida brezza di primavera
schiuderà.
Tutto intorno tace,
solo di tanto in tanto,
il cinguettio d'un passerotto infreddolito,
rompe il silenzio.
Dietro i vetri di un balcone
il nonno ripete al nipotino
un vecchio adagio
di quando anche lui era bambino:
"Sotto la neve pane, sotto l'acqua fame".
E il bimbo ride divertito
e accarezza la testa canuta del nonno
che lo stringe fra le sue braccia
ancor robuste.
La campagna sembra un piccolo presepe
e, quando un pallido sole
fa capolino fra le nuvole grigie,
tutto s'indora
e  nei cuori, come calda fiammella,
si fa strada la speranza
di giorni carichi di vita nuova.
Natale è ormai vicino:
Gesù che nasce ci insegnerà
ad amare
e su ogni zolla della nostra vita
rifioriranno coloriti germogli
di bontà.



NEVICATA - Angela Niosi

NEVICATA
Angela Niosi

Il tempo apparecchiava la neve.
Il cielo diventava di un bianco che non dava scampo e non si sentivano più cinguettare i passerotti. C’era un silenzio pallido, come d’attesa.
C’è freddo da neve, dicevano gli anziani e, in effetti, piccole punture ghiacciate mi colpivano le mani e la faccia.
Mi affrettavo a rientrare, il cuore che batteva di gioia.
Scendeva già qualche fiocco solitario…nevica asciutto asciutto…aggiungeva la donna che cercava di superarmi in salita … fra poco arrivano i parpagghiuni.
Arrivata a casa, appoggiavo il viso alla finestra della cucina e guardavo in su, aspettando la magia.
Pian piano, si ammassavano i fiocchi ed io li seguivo, piccoli puntini scuri contrastanti col candore del cielo, volteggiavano a spirale, si scontravano e trovavano pace sulle strade e sugli orti.
Qualche fiocco sbatteva sul vetro e, sciogliendosi, lo faceva lacrimare.
Quando si accendevano le luci della strada, lo sfarfallio si colorava di giallo; intanto la neve scendeva più fitta, senza un ordine e il tappeto di velluto bianco si ingrossava sempre di più.
Calcolavo, mentalmente, che se avesse continuato così l’indomani ce ne sarebbe stata abbastanza da saziarmi.
Mi mettevo a letto speranzosa e i miei occhi quasi bucavano il vetro della finestra.
 Mi raggomitolavo sepolta sotto strati di coperte, cercando un po’ di calore ma avevo come l’impressione che fosse il mio corpo a riscaldare il letto.
Quando iniziava a diventare chiaro, con coraggio mi alzavo, la stanza era gelata, e guardando fuori, la meraviglia mi appannava gli occhi e mi consolava dell’attesa.
Liberavo il mio sguardo che inquadrava dettagli: orme incrociate di uccellini disorientati, alberi con larghe braccia che, ogni tanto, con  un piccolo tonfo, buttavano giù la neve che non riuscivano a sopportare,  case  improvvisamente ingrassate, una finestra si apriva e vedevi una mano lanciare briciole, comignoli che  buttavano fumo come un respiro che si dilatava fino a languire.
Di fronte, l’impatto coi monti sui quali incombevano nuvole ancora piene. Lì non vedevi il bianco totale ma sporgenze di colori assonnati.
E, dai tetti, iniziavano a spuntare piccole spade ghiacciate che si allungavano pian piano tentando i bambini in sfide di lancio.
A quel punto, correvo fuori a toccare la neve, la odoravo, la mangiavo, la appallottolavo, la stringevo e la sentivo sgretolarsi fra le mie mani.
Mi stupiva ogni volta guardarla, soffice ovatta con un cuore gelido e la sensazione che provavo era un misto di solitudine e di quiete.
Saziavo i miei occhi e avrei voluto che rimanesse tutto così, immacolato ma mio padre ed i vicini già iniziavano a profanarla con le pale, creando trincee per poter passare.
Per loro, la neve era solo un impiccio.