lunedì 15 febbraio 2016

LA FARINATA DDU PUZZU - L’ORO DI UCRIA * Silvia Nici *

LA FARINATA DDU PUZZU
L’ORO DI UCRIA
* Silvia Nici *
Parlare di farinata ad Ucria è quasi come parlare di cassata per la Sicilia.
Gusto particolare, caratteristico, o piace o non piace, non ci sono vie di mezzo, penso che puoi apprezzarne davvero il gusto solo se sei ucriese, non mi spiego perché, come se fosse una cosa solo nostra, infatti viene difficilmente apprezzata da chi non la conosce.
Da piccola non riesci neanche ad immaginare il grande lavoro che ci sta dietro, la farinata ti ricorda “solo” la stufa a legna dalla nonna, qualche pezzettino messo a riscaldare lì sopra, noci e nocciole tostate.
A prima vista sembra impossibile immaginare che gli ingredienti siano solo due, due soltanto e l’aggiunta di un pizzico di cannella, a piacere. Questi due ingredienti sono i fichi d’india e la farina, ricetta semplicissima banale che racchiude il lavoro di una giornata intera.
Nonostante la fatica che nasconde quest’apparente caramella gommosa, farla, rappresenta sempre un momento di unione e di gioia.


Una volta la farinata richiamava intere famiglie, vicini di casa e amici, che si riunivano nella campagna più grande, nel mese di settembre per collaborare alla creazione dell’unico dolce che ci si poteva permettere. Il motivo principale di tanto lavoro era smaltire i fichi d’india che invadono le nostre campagne.
Il giorno prima del procedimento in sé si raccolgono i fichi d’india, il giorno dopo con l’aiuto di una scopa si eliminano le spine. Si, le spine, a migliaia, tornerai a casa ricoperta, ma c’è poco da fare, come dice la nonna: “piojinun c’ha fari casu”.
Una volta sbucciati, si schiacciano con le mani e si mettono nel calderone, in siciliano “u lavizzu”, e quindi sul fuoco per farli diminuire di volume, per più di un’ora.
Sceso dal fuoco ancora caldo, il liquido ottenuto, si passa a setaccio, per eliminare tutti i semi del frutto, ed è questo il momento più bello della farinata, tutti seduti, preferibilmente su “cippi” o “fillizzi” ognuno con il proprio passatutto migliore, portato da casa, a lavorare per ottenere minor scarto possibile e un succo denso e pulito; quest’ultimo adesso si misura e per ogni litro ottenuto si aggiungono 100 gr (poco più) di farina, il tutto si passa nuovamente a setaccio per eliminare grumi che potrebbero crearsi.
Si rimette tutto il composto nuovamente sul fuoco, per almeno un’altra ora girando continuamente, per far si che non si attacchi alle pareti del lavizzu.
Adesso la farinata può essere messa nei piatti, questi devono essere bagnati singolarmente per far si che una volta che il contenuto si solidifichi leggermente, può essere capovolto facilmente. A caldo possono essere aggiunte anche nocciole tostate.
I più piccoli e i più golosi potranno andare a mangiare le rimanenze del lavizzu.
Il lavoro continua successivamente perché per essere conservata anche più di un anno, la farinata fresca deve essere asciugata al sole accuratamente e evitare si ammuffisca. Più è asciutta, più formerà il tartaro al di sopra che le dà un sapore migliore.
La farinata rappresenta un momento di gioia e, per me, racchiude la forza dei miei nonni che nonostante l’età, si impegnano ogni anno per mantenere la tradizione.
Una delle tradizioni più belle del nostro paese, della mia famiglia.

Tutta la procedura per fare la farinata la troverete nel video allegato all’articolo sul nostro social youtube.












IL FUCO *Peppino Marcantone*

IL FUCO
*Peppino Marcantone*
Nasce da uova non fecondate di ape regina feconda o vergine oppure dalle uova deposte da api figliatrici. La ligula del fuco, essendo corta, non riesce a raccogliere il nettare infatti egli si nutre rubando il miele dalle cellette tollerato dalle operaie, fintanto che la regina non è stata fecondata. Non a caso nella colonna, i fuchi, essendo individui si sesso maschile, hanno l’esclusivo compito di fecondare la regina per la continuazione della specie, solo per questo sono assistiti e alimentati abbondantemente dalle operaie.
Quando la loro importanza riproduttiva cessa, le api incominciano a privarli dell’alimentazione e cosi mentre riposano in pace e sazi si scagliano su di loro e li pungono con il loro pungiglione velenoso senza pietà e li uccidono.

Una volta uccisi, le operaie trascinano fuori i cadaveri dall’alveare cosi il miele non viene più consumato dai fuchi e rimane come scorta per le operaie che si nutrono nel periodo invernale.


IO HO L’ARIA *VINCENT SCALISI *

IO HO L’ARIA
*VINCENT SCALISI *
                Da giovane, durante i miei più forti anni, ho lavorato come un subacqueo commerciale. Sono stato membro di diverse squadre che hanno costruito sui porti di New York City e le banchine di Portland Maine e molti luoghi in mezzo. Un concerto occasionale in un Boomtown, come Ketchikan Alaska o Chicago Illinois, ha mantenuto la Wanderlust soddisfatto. Ero e sono tuttora un orgoglioso membro di driver Massachusetts Pile, Divers, offerte e saldatori, Union Local 56. Abbiamo costruito ponti e condutture, centrali elettriche e piloni. Abbiamo controllato le navi, e colomba sulla dighe. Per lo più si tratta di freddo, buio e incredibilmente fisicamente impegnativo. Il tiro in un inverno del New England e si può chiamare estrema. Non è mai romantico, ma tu sei sott'acqua, e la paga è buona, e se sei un subacqueo è lì che si desidera o bisogno di essere.
Nel profondo porto di Boston, appena fuori le serrature Charles River, e di fronte Costituzione Marina, in 50 piedi di acqua è un tubo del diametro di 6 piedi che scompare sotto terra sulla linea di riva e sale verticalmente ad un sistema di canali di scolo. Questo tubo è un condotto di 300 piede provenienti da City Square a Charlestown Massachusetts. A quel tempo City Square era in costruzione. Le entrate e le uscite per la superstrada e il Ponte Tobin venivano ricostruiti. A fine sabbia argillosa quasi scorreva fuori dal cantiere in caso di pioggia pesante e riempito questo scolo della tempesta che causa il cantiere di inondare. Siamo stati assunti per pulire il tubo.
Abbiamo lavorato questo lavoro da una chiatta, lungo e 25' 50 di larghezza. C'erano 4 di noi, 2 subacquei e 2 offerte. Abbiamo legato la chiatta per i piloni più esterni del porto turistico e corse una linea verso la bocca del tubo, quindi non abbiamo dovuto andare alla ricerca di esso ogni volta che sei andato verso il basso e anche per rallentare la discesa, se non si poteva equalizzare le orecchie abbastanza veloce. Noi di solito colomba piuttosto pesante, 60-90 libbre di piombo su un fascio di sopra della spalla che anche effettuato la vostra alimentazione d'aria di emergenza. Avevi bisogno il peso per far leva quando si lavora sotto. In caso contrario, galleggiate come in assenza di gravità. Anche se era estate, abbiamo lavorato nelle nostre tute di acqua calda. Queste mute, di solito (su misura) da parte del subacqueo, hanno tubi in esecuzione per le vostre estremità e il busto. Una macchina di acqua calda pompata acqua calda giù un tubo collegato al nostro ombelicale. Tempo d'acqua negli anni sessanta è bene per un tuffo veloce, ma un tempo di fondo 4 o 5 ore vorrebbero far brividi in qualsiasi altro seme. La nostra aria è stata fornita da un compressore che ha inviato aria verso il basso un tubo, l'aria potrebbe anche fornito da una banca di bombole piene di aria compressa. Un lancio di una valvola, e si aveva una diversa fornitura e immediata di aria. Abbiamo anche avuto una bottiglia di salvataggio (una piccola bombola con 20 minuti di aria supplementare). Diversi come la ridondanza, in particolare per quanto riguarda l'aria. Su questo tubo sono una linea di forza e un cavo di comunicazione. Sulle nostre teste abbiamo indossato un "Superlite 17", un casco di immersione in plastica ABS. Aveva valvole che consentono il flusso d'aria liberamente nel tuo cappello sul viso, e un regolatore della domanda, in modo simile ad un set-up di immersioni che ha dato solo il respiro quando inalato. Hai lavorato solo la valvola a flusso libero quando si lavora con forza o quando si voleva cancellare la lente di nebbia. C'era una valvola sul cappello che era attaccato alla bottiglia salvataggio pure.
Per rimuovere il materiale dal tubo abbiamo usato una pompa sommersa 400 volt. Questa pompa era un mostro, alimentato da un generatore delle dimensioni di un camper sulla chiatta. Aveva due aperture, in linea, 6 pollici di diametro. La pompa è stato un lungo cilindro di 4 piedi che era 2 piedi in giro. Tubi correvano da ciascuna estremità, uno alla parete di argilla, come la sabbia e uno a un cumulo preda designata nel porto.
 Quando penetrando una tubazione due subacquei sono in acqua. Un subacqueo rimane a bocca del tubo e alimenta il subacqueo sua ombelicale come cammina o striscia il tubo e tira il cordone ombelicale fuori quando torna. Se per qualsiasi motivo il subacqueo deve uscire dal tubo di veloce, lui è lì per tirarlo fuori e per assistere in caso di emergenza.
I 2 ragazzi fesa sono chiamati offerte. Tirano e la bobina il tubo come il subacqueo si avvicina e alimenta il subacqueo suo tubo mentre si allontana dalla chiatta. Tengono anche le macchine alimentate e funzionante, controllano le comunicazioni per il progresso e la sicurezza. E c'è sempre qualcuno in carica; controllando i tempi di fondo e il corretto protocollo di decompressione, la sicurezza di tutta l'operazione e, naturalmente, l'avanzamento del processo.
La nostra marcia era pronto, compressore succhiare e pompare l'aria, il generatore canticchiando una base forte e costante, e la nostra pompa sommersa, pronti a succhiare e pompare sabbia. Era giunto il momento di fare la penetrazione.
I sommozzatori sono entrati in acqua. Il primo ad entrare erigersi all'ingresso del tubo. E’ stato chiamato il "tenero umido". Ha contribuito a guidare l'ombelicale, dentro e fuori del tubo. Il secondo sub di entrare in acqua è stato quello di andare il tubo, e iniziare il lavoro di spostare il materiale. La parte inferiore del porto in questo luogo è limoso e morbido. E 'dove un fiume incontra l'oceano. Migliaia di anni di sedimenti sono stati depositati qui dal vecchio fiume lento movimento. Quando si camminato attraverso questo fango, si dovrebbe sprofondare fino alle cosce. Non c'è un sacco di vita in questo posto. Non c'è niente di cui aggrapparsi, in mezzo alle sabbie mobili di correnti e maree. Ma c'è un'eccezione. Il tubo è un luogo a cui aggrapparsi. Si tratta di 6 piedi di diametro. Le pareti del tubo hanno uno spessore di 2 pollici. È lungo 300 piedi e la sua fine si scopre di 90 gradi verso l'alto per il sistema di canali di scolo sotto la piazza. Circa 200 piedi di questo tubo era sotto l'acqua, prima che sparisse sotto terra. C'era un giardino della vita tutto l'esterno del tubo e attorno all'apertura dove la luce può raggiungere. Alga verde e rossa nascosto cozze e ostriche, serrato. Brillante stella di colore arancione, alcuni grandi come un piatto da portata, con spessore di pelle come le dita lentamente raccolto i loro pasti. C'era sempre una o due stelle marine, avvolgendo sé lentamente intorno un certo tipo di vongola. E 'stata una caccia straordinaria rallentatore. C'erano anche granchi e lumache. Piccoli pesci schizzò su, spaventato dal nostro movimento. Abbiamo fatto a turno risalendo il tubo. Al mattino, si potrebbe prendere un turno, lavorando all'interno del tubo, nel pomeriggio, l'altro ha preso il suo turno. Quando fu il mio turno di rimanere all'ingresso, sarei diventato trance nella mia osservazione della vita marina. Le offerte dovere bagnate 'è davvero una delle sicurezza. C'è un sacco di piedi intorno, in attesa di tirare il tubo. Ma se c'è un guasto dell'apparecchiatura, o se il subacqueo si fa male, è dovere delle offerte bagnato 'per tirare fuori quel subacqueo il più velocemente possibile. Si tratta di un lavoro noioso ma indispensabile.
Salendo il tubo non è mai stata un'esperienza che ci si abitua. In un primo momento, in cui la luce potrebbe arrivare fino all'interno, si dovrebbe vedere le cozze e le ostriche e granchi. Ma ben presto, si fece buio, vero e proprio buio, scuro come buia ottiene. La luce artificiale non avrebbe funzionato. C'era così tanto sedimenti galleggiante in acqua, che il più potente di luci subacquee non avrebbe penetrarla. Una luce che accecare a guardare in superficie era appena percettibile all'interno di questo tubo. Abbiamo lavorato nel buio. Gli unici suoni che si udivano il ronzio della pompa quando era acceso, il suono del tuo respiro si trasforma in bolle, e la parola occasionale dalle offerte della parte superiore. Non hai mai parlato inutilmente quando si lavora sott'acqua. Sicurezza e parlare di lavoro solo. Mi è piaciuto lavorare qui. Io penso che si debba godere di essere in grado di farlo. Hai camminato il tubo fino a quando hai trovato il muro di sedimenti. Una volta lì, si dovrebbe tirare la sabbia e spostarlo verso la bocca del tubo della pompa. A volte si dovrebbe sdraiarsi sul pavimento del tubo e utilizzare le braccia per spazzare la sabbia verso la pompa. Dovevi essere cauti a fare questo. Se la tua mano si è avvicinato troppo alla apertura della pompa sarebbe succhiare la mano e il braccio nel tubo. Sarebbe tirare fuori il guanto e si tenere lì. Si doveva urlare sopra le comunicazioni per spegnere la pompa così da poter tirare fuori il braccio. Questo è accaduto a me, una volta. E' più spaventoso di pericoloso, ma è qualcosa che si desidera evitare.
 Le giornate hanno cominciato a rotolare insieme in una danza ripetitiva. Il tubo di mattina, tirare e spazzare la sabbia. I pomeriggi, piacevolmente guardare le creature che vi abitano in movimento lento della vita e in attesa di tirare il vostro partner fuori dal buco. Giorno dopo giorno ci siamo spostati sempre più in alto il tubo. Il nostro lavoro ha progredito.
Ero nel tubo ed ero almeno 200 piedi all'interno. Stavo artigliare il muro di sabbia come un orso, tirando la sabbia fino al pavimento. E 'stato il lavoro fisico, e se si sentiva bene. Ho soggiornato in esso, tirando grandi pezzi con entrambe le mani sul pavimento. Io sono divampati questo muro di sabbia. Sorrisi mentre esercitavo i miei muscoli. Si sentiva bene. Mi sono sentito così vivo. Mi sdraiai e spazzato la sabbia e graniglia verso la bocca della pompa con le braccia, più e più e più volte. Ho continuato ad andare. Il modo di fare le cose è quello di andare avanti. Rimasi lì sul pavimento del tubo, 50 piedi sotto la superficie, 200 piedi dentro, ho lavorato nel buio con solo il suono della pompa e le bolle come la mia azienda.
Ci sono momenti nella vita che trascendono il tempo. Erano secondi, minuti, ore? Sembrava sempre. Rimasi lì, con gli occhi chiusi nel buio, che vivono nello stesso momento più e più volte, abbracciando la ripetitività del lavoro, quando mi ha colpito. In un istante, in un lampo, mi è stato premuto al pavimento del tubo da un grande peso. Sono andato a respirare una boccata paura solo per trovare; Non c'era aria. Voglio che inserisce un vetro sopra la bocca e cercare di respirare. Questo è ciò che sembrava. Non avevo l'aria. Ho provato e non c'era niente, ma un vuoto. Un fulmine ha attraversato me. Ha viaggiato fuori le mie dita, attraverso la mia spina dorsale, e le mie dita dei piedi. Il panico ha cominciato a prendere piede. Ho cercato di stare in piedi; Mi sono strappato e attraverso uno spesso strato di fango e sabbia. Volevo urlare per chiedere aiuto, ma non volevo dare l'aria nei polmoni. Ho cercato per le valvole sul mio casco immersione. Ho girato le valvole e pulsanti premuti ed infine ... Infine, ho avuto l'aria. In realtà, questa esperienza è durata circa 20 secondi. Rimasi lì ansimante, ansante, e il disegno a quanta più aria possibile. La mia mente era intorpidita, vuoto. L'offerta parte superiore chiamato giù per le comunicazioni. La sua voce mi scattò di nuovo a dove ero e chi ero. Mi ha chiesto se stavo bene. Ha detto che poteva sentire il mio respiro pesante. Ho risposto che stavo solo lavorando sodo. Volevo lasciare così male. Sapevo, che se non tornare a lavorare in quel momento, potrei non tornare mai più. La mia frequenza cardiaca e la respirazione tornata alla normalità. Sono tornato a lavorare. Mi sono reso conto che avevo inavvertitamente rimosso un profondo canale lungo la parte inferiore del tubo, la sabbia è crollato sopra di me, mi preme sul pavimento del tubo e riempire il casco di immersione e regolatore di fango e sabbia. Quando ho purgato il regolatore e acceso una valvola a flusso libero, ho saltato la sabbia fuori del casco e l'aria tornato.
Ho finito il lavoro i giorni. Tornai dal tubo. Mi fermai per un lungo istante alla bocca del tubo di guardare le stelle marine e le vongole e la loro silenziosa lotta per la vita e la morte. Salii la scala per la chiatta. Il sole sembrava particolarmente bello quel giorno. Non ho parlato molto. L'equipaggio ha chiesto se stavo bene. Ho risposto, "Mai stata meglio". Un paio di giorni più tardi, la mia auto si è rotta. Solo le parti stavano per essere molto costoso. Ho iniziato a pensare a come avrei fatto per ottenere il denaro. Come avrei potuto andare al lavoro? Ho iniziato a preoccuparsi. Poi, ho sorriso e ho capito che questo era un piccolo problema. Vorrei superare questi piccoli ostacoli facilmente. Ho dovuto ricordare una cosa importante. Ho avuto l'aria.
 E quando si può prendere un respiro profondo, e guardare il sole. Si può sorridere ed essere grati, perché si deve Aria.
Questa esperienza influenzato la mia vita a molti livelli e per molti anni e ancora, a volte, dirige le mie azioni. Come ho detto in elogio di mio padre, la vita può essere difficile, a volte anche spaventoso.
La verità è, è inevitabile.
La vita sarà.
 La vita avrà
Quando è così,
Dillo a te stesso
Ogni respiro è un dono.
Siamo così fortunati
Siamo così benedetti
Abbiamo l'aria.







I HAVE AIR
*VINCENT SCALISI *
As a young man, during my strongest years, I worked as a commercial diver. I was a member of various teams that built things on the harbors of New York City and the docks of Portland Maine and many places in between.  An Occasional gig in a boomtown, like Ketchikan Alaska or Chicago Illinois, kept the wanderlust satisfied.   I was and still am a proud member of Massachusetts Pile drivers, Divers, Tendersand Welders, Local Union 56.  We built bridges and pipelines, power plants and piers.  We inspected ships, and dove on dams.  Mostly itis cold, dark and incredibly physically challenging. Throw in a New England winter and you can call it extreme.  It is never romantic, but you are underwater, and the pay is good, and if you're a diver that's where you want or need to be.
Deep inside Boston Harbor, just outside of the Charles River locks, and in front of Constitution Marina, in 50 feet of water is a 6 foot diameter pipe that disappears underground at the shore line and rises vertically to a system of storm drains. This pipe is a 300 foot conduit coming from City Square in Charlestown Massachusetts.  At that time City Square was under construction. The entrances and exits to the expressway and the Tobin Bridge were being reconstructed. A fine almost claylike sand flowed out of the construction site during heavy rain and filled up this storm draincausing the jobsite to flood.  We were hired to clean out the pipe.
We worked this job from a barge, 50’ long and 25’ wide.  There were 4 of us, 2 divers and 2 tenders.  We tied the barge to the outermost pilings of the marina and ran a down line to the mouth of the pipe, so we didn’t have to go looking for it every time you went down and also to slow your descent if you couldn’t equalize your ears fast enough.  We usually dove pretty heavy, 60-90 pounds of lead on a harness over your shoulder that also carried your emergency air supply.  You needed the weight for leverage when you are working underneath. Otherwise you floated as if in zero gravity. Even though it was summertime, we worked in our hot water suits.  These wetsuits, usually (customized) made by the diver, had tubes running to your extremities and your torso. A hot water machine pumped warm water down a hose attached to our umbilical. Water temps in the sixties is fine for a quick dip, but a 4 or 5 hour bottom time would have you shivering in any other suit. Our air was supplied by a compressor that sent air down a hose, the air could also by supplied by a bank of steel bottles full of compressed air.  A flip of a valve, and you had a different and immediate supply of air.  We also had a bailout bottle (a small scuba tank with 20 minutes of additional air).  Divers like redundancy, especially concerning air. On this hose were a strength lineand a communications cable.   On our heads we wore a “superlite 17” a dive helmet made of ABS plastic.  It had valves that let air flow freely into your hat across the face, and a demand regulator, similar to a scuba set-up that only gave you breath when you inhaled.  You only worked the free flow valve when working vigorously or when you wanted to clear the lens of fog.  There was a valve on the hat that was attached to the bailout bottle as well.
To remove the material from the pipe we used a 400 volt submersible pump.  This pump was a monster, powered by a generator the size of a camper on the barge.  It had two openings, in line, 6 inches in diameter.  The pump was a 4 feet long cylinder that was 2 feet around.  Hoses ran from each end, one to the wall of clay-like sand and one to a designated spoil pile out in the harbor.
When penetrating a pipe two divers are in the water.  One diver stays at the mouth of the pipe and feeds the diver his umbilical as he walks or crawls up the pipe and pulls the umbilical out when he returns.If for any reason the diver has to get out of the pipe fast, he is there to pull him out and to assist in an emergency.
The 2 topside guys are called tenders.  They pull and coil the hose as the diver comes up and feeds the diver his hose as he moves away from the barge.  They also keep the machines fueled and running, they monitor communications for progress and safety. And there is always someone in charge; checking bottom times and proper decompression protocol, the safety of the whole operation and, of course, the progress of the job.
Our gear was ready, compressor sucking and pumping air, the generator humming a loud and steady base, and our submersible pump, ready to suck and pump sand.  It was time to make the penetration.
The divers entered the water.  The first to enter set himself up at the entrance of the pipe.  He was called the “wet tender”. He helped guide the umbilical, into and out of the pipe.   The second diver to enter the water was the one to go up the pipe, and begin the job of moving the material.  The bottom of the harbor at this spot is silty and soft.  It is where a river meets the ocean.  Thousands of years of sediment were deposited here by the old slow moving river.   When you walked through this silt, you would sink up to your thighs.There is not a lot of life at this spot.  There is nothing to hold on to, amid the shifting sands of current and tide.  But there is an exception.  The Pipe is a place to hold onto.  It is 6foot in diameter.  The walls of the pipe are 2 inches thick.  It is 300 feet long and its end it turns 90 degrees upwards to the system of storm drains under the square.  Approximately 200 feet of this pipe was under the water, before it disappeared under the ground. There was a garden of life all over the outside of the pipe and around the opening where light can reach.  Green and red seaweed hid tightly packed mussels and oysters.  Bright orange Starfish, some as big as a serving platter, with thick leather like fingers slowly harvested their meals.  There was always one or two starfish, wrapping itself slowly around some type of clam.  It was an amazing slow motion hunt.  There were also crabs and snails.  Small fish darted about, frightened by our movement.  We took turns going up the pipe.  In the morning, one would take a shift, working up inside the pipe, in the afternoon, the other took his turn.  When it was my turn to stay at the entrance, I would become trancelike in my observation of the marine life.  The wet tenders’ duty is really one of safety.  There is a lot of standing around, waiting to pull on the hose.  But if there is an equipment failure, or if the diver gets hurt, it is the wet tenders’ duty to pull that diver out as fast as possible.  It is a boring but essential job.
Walking up the pipe was never an experience that you got used to.  At first, where the light could reach up inside, you would see the mussels and oysters and crabs. But soon, it got dark, real dark, as dark as dark gets.  Artificial light would not work.  There was so much sediment floating in the water, that the most powerful of underwater lights would not penetrate it.  A light that would blind you to look at on the surface was barely perceptible inside this pipe.  We worked in the blackness.  The only sounds you heard were the hum of the pump when it was on, the sound of your own breath turning into bubbles, and the occasional word from the topside tenders.  You never talked unnecessarily when working underwater.  Safety and work talk only.   I enjoyed working here.  I think you have to enjoy it to be able to do it.  You walked up the pipe until you found the wall of sediment.  Once there, you would pull at the sand and move it toward the mouth of the pump hose.  Sometimes you would lie on the floor of the pipe and use your arms to sweep the sand toward the pump.  You had to be cautious doing this.  If your hand got too close to the opening of the pump it would suck your hand and arm into the hose.  It would pull off your glove and hold you there.  You had to yell over the communications to shut off the pump so you could pull your arm out.  This happened to me, once.  It’s more frightening than dangerous, but it is something you want to avoid.
The days began to roll together in a repetitive dance.  Up the pipe in the morning, pulling and sweeping the sand.  The afternoons, pleasantly watching creatures living there slow moving life and waiting to pull your partner out of the hole.  Day after day we moved farther and farther up the pipe.  Our job progressed.
I was in the pipe and I was at least 200 feet inside.  I was clawing at the wall of sand like a bear, pulling the sand down to the floor.  It was physical work, and if felt good.  I stayed at it, pulling great chunks with both hands onto the floor.  I raged at this wall of sand.  I smiled as I exerted my muscles.  It felt good.  I felt so alive.   I lay down and swept the sand and grit towards the mouth of the pump with my arms, over and over and over.  I kept going.  The way to get things done is to keep going.  I lay there on the floor of the pipe, 50 feet below the surface, 200 feet up inside, I worked in the blackness with only the sound of the pump and the bubbles as my company.
There are moments in life that transcend time.   Was it seconds, minutes, hours?  It felt like forever.  I lay there, eyes closed in the darkness, living the same moment over and over, embracing the repetitive nature of the work, when it hit me.  In an instant, in a flash, I was pressed to the floor of the pipe by a great weight.  I went to inhale a frightened breath only to find; there was no Air.  I want you to place a glass over your mouth and try and breathe.  That is what it felt like.  I had no air.I tried and there was nothing but a vacuum.   A lightning bolt went through me. It traveledout my fingers, through my spine, and out my toes.  Panic began to take hold.  I tried to stand; I ripped myself up and through a thick layer of mud and sand.  I wanted to scream for help, but I didn’t want to give up the air in my lungs.  I searched for the valves on my dive helmet. I turned valves and pressed buttons and finally….finally, I had air.  In reality, this experience lasted about 20 seconds.  I stood there gasping, heaving, and drawing in as much air as I could.  My mind was numb, blank.  The topside tender called down over the communications.  His voice snapped me back to where I was and who I was.  He asked if I was OK.  He said he could hear my heavy breathing.  I replied that I was just working hard.  I wanted to leave so badly.  I knew, that if I didn’t return to work at that moment, I might never return.  My heartrate and breathing returned to normal.  I went back to work.   I realized that I had inadvertentlyremoved a deep channel along the bottom of the pipe, the sand above me collapsed, pressing me to the floor of the pipe and filling my dive helmet and regulator with mud and grit.  When I purged the regulator and turned on a free flow valve, I blew the sand out of the Helmet and the air returned.
I finished the days’ work.  I walked back out of the pipe.  I paused for a long moment at the mouth of the pipe to look at the starfish and the clams and their silent life and death struggle.  I climbed the ladder to the barge.  The sun looked particularly beautiful that day.  I didn’t talk much.  The crew asked if I was OK.  I replied, “Never better”.  A couple of days later, my car broke down.  The parts alone were going to be very expensive.  I started thinking about how I was going to get the money. How was I going to get to work? I started to worry.  Then, I smiled and realized that this was a small problem.  I would overcome these little obstacles easily.  I just had to remember one important thing.  I had air.
And when You can take a deep breath, and look at the sun.  You can smile and be grateful, because You Have Air.
This experience affected my life on many levels and for many years and still, at times directs my actions.  As I said in my father’s eulogy, Life can be hard, sometimes even scary.  Truth is, it’s inevitable. 
Life will get hard.
Life will get scary
When it’s like that,
Tell Yourself
Each breath is a gift.
We are so lucky
We are so blessed
We have air.
By Vincent A. Scalisi


Angolo dei pensieri TI AUGURO TEMPO - Elli Michler



Ti auguro tempo
Non ti auguro un dono qualsiasi.
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno:
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere,
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per poter essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo.
Ti auguro tempo che te ne resti
per stupirti e per fidarti,
e non soltanto per guadarlo sull'orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle,
e tempo per crescere, ovvero per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
non ha senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni giorno, ogni ora con gioia.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di: avere tempo per la vita!

Elli Michler
© Don Bosco Medien GmbH (casa editrice), Monaco di Baviera
Ecco il testo originale:
Ich wünsche dir Zeit

Ich wünsche dir nicht alle möglichen Gaben.
Ich wünsche dir nur, was die meisten nicht haben:
Ich wünsche dir Zeit, dich zu freun und zu lachen,
und wenn du sie nützt, kannst du etwas draus machen.

Ich wünsche dir Zeit für dein Tun und dein Denken,
nicht nur für dich selbst, sondern auch zum Verschenken.
Ich wünsche dir Zeit – nicht zum Hasten und Rennen,
sondern die Zeit zum Zufriedenseinkönnen.

Ich wünsche dir Zeit – nicht nur so zum Vertreiben.
Ich wünsche, sie möge dir übrig bleiben
als Zeit für das Staunen und Zeit für Vertraun,
anstatt nach der Zeit auf der Uhr nur zu schaun.

Ich wünsche dir Zeit, nach den Sternen zu greifen,
und Zeit, um zu wachsen, das heißt, um zu reifen.
Ich wünsche dir Zeit, neu zu hoffen, zu lieben.
Es hat keinen Sinn, diese Zeit zu verschieben.

Ich wünsche dir Zeit, zu dir selber zu finden,
jeden Tag, jede Stunde als Glück zu empfinden.
Ich wünsche dir Zeit, auch um Schuld zu vergeben.
Ich wünsche dir: Zeit zu haben zum Leben!

Elli Michler
© Don Bosco Medien GmbH, München

UCRIA NEI LIBRI TOPOGRAFICI DI UN TEMPO * Salvatore Lo Presti *

UCRIA NEI LIBRI TOPOGRAFICI DI UN TEMPO
* Salvatore Lo Presti *
Salve lettori,
questo articolo è il frutto delle informazioni da me ricavate (sinora) da una ricerca che porto avanti da un po’ di tempo. La ricerca, finalizzata a trovare informazioni su Ucria nel corso della storia (soprattutto quella meno recente) ricavabili da testi scritti, cartografie e immagini storiche (e chissà magari in futuro anche in qualche archivio).
 In questo articolo riporterò le informazioni attualmente in mio possesso, che ho potuto leggere in alcuni dizionari e le cartine storiche in cui ho potuto individuare Ucria:
- UCRIA, Terra nella Valle di Demone, ed in Diocesi di Messina, situata alle falde di un colle, di aria sana, nella distanza di dodici miglia dal Mar Tirreno, di cinquanta da Messina, e di centoventi in circa da Palermo. Essa si appartiene con titolo di Principato alla famiglia Agliata de’ Principi di Villafranca. Si ha notizia di questa Terra sin dal XIV Secolo, in cui possedevasi da Giovanni Ventimiglia, Barone di Sperlinga, il quale con il suo testamento l’assegnò ad Agata Peralta sua sposa in soddisfazione de’ suoi crediti dotali. Costei in seguito la concedè, previo il permesso del Re Alfonso, a Gabriele Abbate suo fratello, la cui nipote la porrò in dote a Pietro Marquet suo marito. Dalla Casa Marquet passò in quella di Pagano, ed il primo che ne ottenne il titolo di Principe fu Francesco Pagano, genitore di Antonino Filiberto Pagano. Costui essendosene morto nel millesettecentotrenta dopo avere sposata Laura Lombardo, gli succedè l’unica sua figlia Flavia Pagano, la quale si marità con Vincenzo di Giovanni e Napoli, Duca di Saponara. Da questo matrimonio ne nacque Vittoria di Giovanni e Pagano, che s’impalmò con Domenico Agliata, Principe di Villafranca, e gli portò in dote la presente Terra di Ucria, la quale è tuttora presso l’illustre Casa Agliata col mero, e misto impero. Si noverano in essa Terra una Parrocchia, dedicata a San Pietro Apostolo, dieci Chiese minori, un Monastero di Monache Benedettine e due Conventi di Frati, l’uno di Domenicani e l’altro di Conventuali. Il suo territorio viene irrigato da abbondanti acque, e le sue produzioni sono vino, olio, seta, frutti, e pascoli per armenti. La sua popolazioni si fa ascendere a mille ed ottocento abitanti, i quali vengono diretti nello spirituale da un Arciprete. Il suo maggior commercio di esportazione consiste in olio, ed in seta (DIZIONARIO GEOGRAFICO DEL REGNO DI SICILIA COMPOSTO DALL’ABATE FRANCESCO SACCO DELLA PROVINCIA DI SALERNO DEDICATO A SUA ALTEZZA REALE IL PRINCIPE D. LEOPOLDO BORBONE TOMO SECONDO – PALERMO DALLA REALE STAMPERIA – 1800).
***
- UCRIA, NEL Val Demone, nella Diocesi di Messina, e nella Sottintendenza di Patti. Popolazione 1800. Distante 12 m. dal mar tirreno, 50 da Messina, e 120 da Palermo. Ex-feudo della fam. Agliata, de’ principi di Villafranca. Esporta olio e seta. Nel XVIII secolo si distinse in Palermo il P. Bernardino d’Ucria impiegato al giardino botanico di Palermo come Demostratore per la gran pratica su questa scienza (NUOVO DIZIONARIO GEOGRAFICO, STATISTICO, E BIOGRAFICO DELLA SICILIA ANTICA E MODERNA COLLENUOVE DIVISIONI IN INTENDENZE, E SOTTINTENDENZE DELL’AVVOCATO GIUSEPPE EMANUELE ORTOLANI – PALERMO. PRESSO FRANCESCO ABBATE QU. DOM. – 1819 ).

***
- U'CRIA, comune in prov. di Messina, da cui dista 73 m., distretto e diocesi. di Patti, da cui dista 16 m., circondario Raccuja, da cui dista 4 m. Popol. 2618, estensione 600 salme, Ucrìa Faz., Ucria. L'CRlA, fiume che presso il capo d'Orlando entra nel mar Tirreno pel fianco settentrionale dell'isola, Ucria Baudr. Ucrìa fiume. (DIZIONARIO GEOGRAFICO-STATISTICO SICILIANO-ITALIANO-LATINO DELL’ISOLA DI SICILIA E DELLE SUE ADJACENZE COMPILATO DA VINCENZO MORTILLARO MARCHESE DI VILLABENE – PALERMO DALLA STAMPERIA ORETEA VIA DELL’ALBERGARIA N. 240. – 1847 )
***
- Ucria – Nel val Demone, nell’intendenza di Messina, distretto e diocesi di Patti, circondario di Raccuja, dista 12 m. (miglia) dal mar Tirreno, 74 da Messina e 120 da Palermo. Ex-feudo della famiglia Agliata dei Principi di Villafranca. Esporta olio e seta. La sua popolazione è di 2618 abitanti, il suo territorio è salme 600. Nel XVII sec. fiorì in Palermo P. Bernardino di Ucria impiegato al giardino botanico di Palermo come dimostratore, per la gran perizia su questa scienza. (DIZIONARIO GEOGRAFICO STATISTICO E BIOGRAFICO DELLA SICILIA PRECEDUTO DA UN COMPENDIO STORICO SICULO DEL CAV. ANTONINO BUSACCA – MESSINA – STAMPERIA FIUMARA – 1850, 1858;
***
- UCRIA. Ucria. Ucria – Comune in provincia di Messina, distretto e diocesi di Patti, circondario Raccuja, distante da Palermo 120 miglia, con una popolazione di 2756. Esporta olio e seta, ed è ex-feudo della famiglia Agliata dei principi di Villafranca. Diede la culla al P. Bernardino d’Ucria impiegato al giardino botanico di Palermo come dimostratore per la gran pratica su questa scienza. UCRIA – Fiume che presso il capo di Orlando entra nel Mar Tirreno sul fianco settentrionale dell’isola. (DIZIONARIO GEOGRAFICO BIOGRAFICO STATISTICO E COMMERCIALE DELLA SICILIA DEL BEN. GIR. DI-MARZO FERRO REGGIO CAPPELLANO MILITARE, DESTINATO A SERVIRE NELLA REAL PARROCCHIA DI SAN GIACOMO DEI MILITARI – PALERMO – STABILIMENTO TIP. DI FR. LAO – 1853)
***
- Ucrìa. Lat. id. (V. D.) Paese, insignito dell’onore di principato, a 3 m. rimpetto Raccuja, nel declivio di un colle verso oriente, la di cui parrocchia è sacra a S. Pietro principe degli apostoli, sotto la direzione di un arciprete, e con 10 chiese suffraganee. L’ordine di S. Domenico vi riconosce la fondazione nel secolo XV, ed ha un decente convento. I min. conventuali stabilirono dal 1513 nella chiesa della compagnia dei Flagellati, in angusto sito però giusta il Cagliola. Elegante è il gineceo delle sacre vergini, sotto gli istituti di S. Benedetto. Sorge il castello nel sito più eccelso verso occidente, ma oggi è abbandonato. È vario il numero delle case e degli abitatori, come ricavasi dai regii libri; poiché computaronsi nel tempo dell’imperatore Carlo V 243 case, e nel 1595 con nessuna proporzione 1643: nel 1652 si ebbero 833 case, 3214 anime; e nel 1713 si contarono 414 fuochi, 980 abitatori, cresciuti ultimamente a 1897. la milizia urbana era sotto l’istruttore di Patti; ma si comprende il paese nella comarca di Tortorici. Dicesi aver posseduto Ucrìa sotto i Normanni Abbone Barresi, poi Federico Campisano, donde passò a Guglielmo Perollo. Nel censimento di Federico II si dice signore di Ucria Guglielmo dell’Isola milite. L’ottenne con Sperlinga sotto Martino Giovanni Ventimiglia, il quale morendo, fu succeduto da Agata Peralta in compenso della dote consumata. Donò costei il paese nel 1434, col volere del re Alfonso, a Gabriele Abate. Per dote di N. Abate, figliuola di Gabriele juniore, trasmisero ai suoi Pietro Marchetti dal 1595. Succedette a costoro nella metà dello scorso secolo XVII Francesco Pagano e Marchetti, il quale ne ottenne il titolo di principato nel 1672. il figliuolo di lui Antonio Filiberto ebbe in moglie Laura Lombardo, e generò con essa la figliuola Flavia, che maritata a Vincenzo Digiovanni duca di Saponara, partorì Vittoria, moglie di Domenico Alliata principe di Villafranca. Vive Flavia principessa del S. R. Impero, matrona dell’insigne ordine della Croce(1). Il territorio di Ucria, copiosamente irrigato, reca gran vantaggio ai coloni coll’olio e colla seta; appresta abbondevolmente biade, ortaggi, frutti e pascoli. Sta il paese in 3° 35’ di long. E 38° 10’ di lat. [(1) Ucria è un comune in provincia di Messina da cui dista 66 miglia, distretto e diocesi di Patti, donde 16 m., circondario di Raccuja, da cui dista 4 m., e 120 da Palermo. Un monte agrario per frumento, costituito nel 1839, dipende dall’intendente ed è amministrato dal sindaco e da due deputati eletti biennalmente dal decurionato coll’approvazione dell’intendente; il capitale dello stabilimento, cioè l’intera quantità di derrate destinata al prestito, è di sal. 263, valutate in danaro al prezzo corrente per duc. 1683,20. Nel 1798 contavasi nel paese 1800 abitatori, indi 2293 nel 1831, e 3011 dall’ultimo censimento nella fine del 1852. il territorio è di sal.852,495, delle quali compartite per coltivazioni, 7,677 in giardini, 0,722 in canneti, 2,642 in gelseti, 5,713 in seminatorii irrigui, 220,393 in seminatorii semplici, 474,352 in pascoli, 1,215 in ficheti d’india, 42, 548 in alberi misti, 8,816 in castagneti, 70,261 in noccioleti, 18,028 in boscate, 0,128 in suoli di case campestri. Esporta principalmente olio e seta. L’aria vi è salubre. Sorse da questo piccolo paese nel 1739 il rinomatissimo P. Bernardino di Ucria dei minori riformati, che appella vasi nel secolo Michelangelo Aurifici. La botanica acquistò da lui nella Sicilia un grande progresso, dallo stato in cui l’avevano introdotto il Boccone, il Cupani, ed il Bonanno. Promosso nel 1786 a pubblico dimostratore nella scuola di botanica in Palermo, vennegli in animo di descrivere le piante, di che si era fornito il nostro orto dalla sua recente fondazione, e dare a conoscere sopra ogni altro con siffatta congiuntura quelle di Sicilia, sulle quali aveva applicato indefessamente i suoi studii. A ral uopo volle prima imprendere due viaggi all’Etna ed altrettanti alle Madonie, e percorse la Sicilia, viaggiando in varii luoghi, frugando con stancabile pazienza pei dirupi e per le vallèe. Fatto tesoro di grandi osservazioni con somma esattezza raccolte, pubblicò in Palermo nel 1789 l’Hortus Regius Panormitanus, che ordinato secondo il sistema linneano, se non è quel lavoro che oggimai si vorrebbe dopo un gran progresso della scienza, eccitato da alacre studio di tutte quasi le nazioni, è sempre degno di una grande ammirazione, come insigne tentativo di un’opera novella. Raccolti universali applausi dai più grandi scienziati e tenuto frai primi botanici del suo tempo, stampò il P. Bernardino nel 1793 un supplemento di 32 piante alle già pubblicate da Linneo, con cui vie maggiormente suonò la sua fama per tutta Europa. Il famoso Willdenow in memoria del gran merito di lui diede ad un genere di piante il cognome di Ucriane dalla patria di quel valentuomo. Morì in Palermo di anni 57 nel 29 gennaio 1796, e la Sicilia restògli debitrice del progresso della botanica nel secolo XVIII, per sola opera di lui sviluppato. Nel convento di S. Antonio di Padova dei minori riformati in Palermo si conserva una grande opera inedita del sommo botanico di Ucrìa, dettata in latino e tutta compita per pubblicarsi; tratta estesamente dei tre regni della natura, e mostra una portentosa erudizione sui prodotti naturali di ogni genere e specie, principalmente della Sicilia, che non può acquistarsi, se non con profonde indagini e vastissimo intendimento. Questo preziosissimo ms., che gittato alla rinfusa tra un caosse di carte inservibili nell’archivio del convento, era in preda della polvere e della tignuola, a tutti ben luogo tempo ignoto, venne scoperto or sono parecchi anni dal benemerito delle lettere e delle scienze P. Carlo da S. Biagio minore riformato, che prestantissimo nella sacra eloquenza per le precipue chiese della Sicilia, fu ben due volte ministro provinciale, definitore generale dell’intero ordine dei minori francescani per pontificio decreto, visitatore dei conventi della sua provincia, per lungo tempo consultatore teologo della curia arcivescovile di Palermo, e della regia Monarchia ed apostolica Legazia in Sicilia; oggi vivente frai più illustri nelle chiesastiche discipline.] (DIZIONARIO TOPOGRAFICO DELLA SICILIA DI VITO AMICO TRADOTTO DAL LATINO ED ANNOTATO DA GIOACCHINO DIMARZO CHIERICO DISTINTO DELLA REAL CAPPELLA PALATINA – VOLUME SECONDO – PALERMO – TIPOGRAFIA DI PIETRO MORVILLO – 1856 )
***
- 339. UCRìA (Sic. E Lat. Ucria), comune di 4056 abitanti, compresa la frazione San Michele. Provincia di Messina, circondario di Patti, mandamento amministrativo e mandamento giudiziario di Raccuja, collegio elettorale di Patti, distretto militare di Messina, diocesi di Patti. Territorio: superficie ettare 2714 (superficie indicata da Castiglioni Pietro), 1487 (superficie risultante dalla Inchiesta Agraria), 1397 (superficie indicata dal geografo Amato Amati). Aria sana. Pascoli naturali ett. 828. Colture principali: cereali ett. 395, nocciuoli ett. 15, alberi da frutta ett. 13, gelsi ett. 5. Grande esportazione di nocciuole fuori dell’isola. Bachicoltura. Centro  del comune detto l’Annunziata: abitanti 1727 dei quali 130 dimorano in case sparse. È situato sul declivio di un colle alla distanza di circa 15 Km. dal Mar Tirreno e dalla stazione ferroviaria di Brolo, di 2 Km. da Raccuja, di circa 18 dalla stazione ferroviaria di Patti. In Ucria s’incontrano due strade rotabili: l’una che da Capo d’Orlando va in Randazzo e l’altra che da Ucria per Raccuja scende sino a Patti ed allo scalo marittimo di Patti. Altitudine m. 861. Ufficio postale e telegrafo di seconda classe: servizio telegrafo con orario limitato. (DIZIONARIO GEOGRAFICO DEI COMUNI DELLA SICILIA E DELLE FRAZIONI COMUNALI CON BREVI NOTIZIE STORICHE ARRICCHITO DI NOTIZIE RISULTANTI DALL’ULTIMA INCHIESTA AGRARIA MINISTERIALE CIRCA LA SUPERFICIE DEI SINGOLI COMUNI E LE ESTENSIONI DELLE DIVERSE COLTURE E AUMENTATO DI ALTRE RECENTI NOTIZIE GIÀ PUBBLICATE NELLA GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO E NEI BOLLETTINI ED ANNUARI DEI MINISTERI DELL’INTERNO, DI AGRICOLTURA, INDUSTRIA E COMMERCIO, DELLE FINANZE, DELLA MARINA, DELLE POSTE E DEI TELEGRAFI,  DELLA PUBBL. ISTRUZ., ECC. – GIUSEPPE DI VITA – PALERMO – F. PRAVATÀ – EDITORE PIAZZA BOLOGNI, 16 – 1906 )






LA MIA CONFERMA *Ranieri Nicolai *

LA MIA CONFERMA
*Ranieri Nicolai *
> 29.06.1988
Eccellenza Reverendissima,
abbiamo aspettato questo giorno con tanta gioia e con tanta trepidazione.
Gioia perché riceviamo in dono il Sigillo dello Spirito Santo; trepidazione, perché siamo convinti del grave compito che questo Sacramento ci impone, cioè testimoniare con la vita e la parola: Cristo e il suo messaggio.
Oggi con l’imposizione delle mani e l’unzione del Sacro Crisma saremo cresimati, cioè confermati nella fede, ricevendo lo Spirito Santo e i suoi doni.
Siamo giovani, e come tutti i giovani anche noi abbiamo incontrato ed incontriamo molte difficoltà dovute alla nostra età, ma la volontà e il desiderio di ricevere questo grande Sacramento non sono venuti mai meno.
Siamo cresciuti negli anni ed abbiamo scoperto che bisogna crescere anche nel cuore per poter amare sempre più il Signore ed i fratelli.
Ci impegniamo ad approfondire la nostra fede, con lo studio e la meditazione della Parola di Dio, per diventare dei coraggiosi testimoni di Cristo; cercheremo di vivere meglio il nostro Cristianesimo pregando, ricevendo in ogni domenica e feste Gesù Eucaristia per chiedergli come impiegare i suoi doni.
Da parte mia, continuerò a far parte dell’Azione Cattolica e dei gruppi parrocchiali; anzi, ora sono cresimato, cercherò di essere l’Apostolo del gruppo e farò tutto il possibile per dare serenità a chi incontrerò e a chi sta accanto a me.
Lo Spirito Santo e la potente intercessione della Vergine Santissima ci daranno la forza di mettere in pratica i propositi di questo giorno.

Ranieri Nicolai



Gli Articoli di questo numero - Febbraio 2016